GRAN GIRO DEL COL DU GALIBIER:
Tornare a fare il gran giro del Galibier (che chiameremo GGG per comodità), vuole dire per me ritornare a primi anni 90, quando le MTB in Italia erano una novità semisconosciuta, le bici erano rigide, 26”, con i freni a cantilever (non ancora Vbrake), ma in compenso le primavere erano meno di 35.
Questa zona è più nota agli stradisti per alcuni episodi leggendari legati al Tour de France, il nostro GGG è stato riadattato alle esigenze delle ruote grasse, evitando buona parte dell’asfalto e aggiungendo un altro colle (du Rochilles) che il Tour non può arrivarci.
Qui sono tornato varie volte con bici muscolari sempre più evolute, ma parliamo della storia recente:
• Nel 2018 già con i LaslaAndé tutti ancora con muscolare.
• Nel 2022 la prima volta solo soletto, e alla prima esperienza con l’Orbea Rise.
Veniamo ai giorni nostri, fin da sabato 16 (4 giorni fa) mentre io e Fabri facevamo l’Albergian, avevo un certo non so che di languore nostalgico per il GGG, che cominciavo a manifestare come un mantra.
La sera del 16 alla fine Fabri e Mauro, sciogliendo le riserve residue, hanno detto sì al GGG, anche se personalmente avevo una bici ed una schiena acciaccata (a questo proposito mi scuso fin da subito del rumore cacofonico di sottofondo, dei miei freni nei documenti della K&K video), ho capito che il destino era stato benevolo, ed in questi casi è come se ti offrono di guidare una Ferrari, non puoi fare altro che salire e lasciarti emozionare.
Il giorno scelto da noi non sembrava dei più felici: domenica 17, sicuramente la sfortuna minima che ci sarebbe toccata sarebbe stata la confusione tipica, della prima domenica post-Ferragosto.
L’indomito terzetto percepisce presto, che le pietre della vecchia strada Briançon/Galibier, ancora grondano del sudore del “vecchio” Bartali (aveva già 34 anni), che nel 1948 agguantò la maglia gialla, e dire che solo 2 giorni prima Ginettaccio era indietro di ben 22 minuti sul francese Bobet, sfilandogli dalle mani un Tour che sembrava già deciso.
L’entusiasmo suscitato in patria per l’impresa come ormai è storicamente accettato, contribuì a salvare l’Italia dal baratro di una guerra civile per il recente attentato a Togliatti.
Paolo Conte poi comporrà i versi … quanta strada nei miei sandali … tra i francesi che si incazzano.
Potrei andare avanti citando anche l’impresa di Pantani contro Ulrich nel 1998, ed ancora, ma mi fermo qui anche perché indegnamente, noi LaslaAndé (sia nel 2018 che nel 2025) abbiamo calpestato con le nostre ruote, le stesse zolle che hanno toccato le ruote del toscanaccio con “quel naso triste da italiano allegro”, visto che la vecchia strada era quella sterrata percorsa da noi, e non l’attuale che passa dal col du Lautaret.
Ma ritorniamo alla umile cronaca del nostro giro: si parte ! Lasciate le auto a Val de Pres, e raggiunto subito Briancon, succede uno spiacevole imprevisto: il sacrificio di un passerotto che si è immolato contro i raggi della mia ruota anteriore, la cosa ci ha addolorato, ma ovviamente non poteva fermare l’ardore del terzetto ormai deciso ad entrare nella storia.
La parte asfaltata del Lautaret, era molto trafficata, ma sia per la corsia abbastanza larga al lato a nostra disposizione, sia per l’atteggiamento più rispettoso verso i ciclisti rispetto alle strade italiche, riusciamo a guadagnare l’agognata e leggendaria, vecchia via del Galibier, immediatamente prima dei tunnel del col du Lautaret.
Poco sotto il Galibier ci fermiamo sotto il monumento dedicato a Henri Desgrange (ideatore del Tour), che è in realtà una sorta di tozzo obelisco, sulla quale ha tentato di "arrampicarsi" un tedesco con un furgone WW, dopo che siamo riusciti a rimuovere il molesto parcheggiatore, facciamo la foto di rito ripartiamo per raggiungere il colle ormai vicino.
Il colle era gremito come una scialuppa del Titanic, per cui riusciamo a stento, a catturare appena qualche fotogramma con la action cam della K&K, poi ci buttiamo giù dalla discesa (dobbiamo ahimè perdere 700 mt di dislivello) che il Barba ricorda molto bene, visto che era sulla scia, incollato alle parti tonde di una leggiadra fanciulla che nel 2018 scendeva in modo indiavolato da questa discesa, facendo perdere a Mauro 700 mt (e non solo quelli) in 3 minuti.
Arrivati alla base dell’ultima salita (dobbiamo ritornare 2500 mt del col du Rochilles), l’Isocap (che è l’unico muscolare), tende ad essere un po' parco di sorrisi, e smette di canticchiare, le sue consuete e piacevoli canzoni popolari, ma alla fine si divora lodevolmente i circa 3 KM di salita residui per arrivare all’ultimo colle.
La discesa è un florilegio di laghi di varie dimensioni e di colori mozzafiato, la discesa a parte alcuni tratti di portage è tecnica ma non cattivissima, ci fa giungere alla fine della Val Clarè, per ridiscendere l’intera valle (le nostre auto sono all’inizio della valle stessa), la strada è lunga ma ormai la strada è larga e più in basso diventa asfaltata.
A Nevache riusciamo a festeggiare il fine giro con un’ottima birra e 2 taglieri che ci divoriamo rosicchiando anche un po’ il legno dei taglieri stessi, approfittando dell’atmosfera rilassata, tento di far firmare un impegno a Kamel e Isocap per ritornare 3 volte sugli stessi luoghi nei prossimi 3 anni, ma non ci cascano e stranamente mi mandano a cagare.
Gli ultimi Km sono velocissimi ai 25/30 Km/h, l’Isocap per regalarci un’ultima emozione si esibisce con un testa coda sul bordo strada, dal quale poteva uscire parecchio malconcio e oltre lui anche Kamel che gli era appresso.
A parte lo spavento, la cosa si risolve piuttosto bene, anzi le abrasioni che teoricamente dovevano e potevano essere sulla carne viva, per uno strano incantesimo sono molto superficiali, se potessimo riprodurre la stessa caduta in laboratorio con le stesse modalità e i medesimi effetti, sarebbe utile per i centri estetici per effettuare una ceretta molto efficace, senza l’uso del laser.
Quando rifacciamo il GGG ???
Seve Assietta